Terra Felix, il vero fuoco è la rete

di Antonio Puzzi

foto di Alfredo Buonanno

Protagonista – talvolta suo malgrado – di titoli a quattro colonne, in altalene mediatiche di esaltazione e demonizzazione, la Campania rischia sempre più di trovarsi abitata da una comunità timorosa di mangiare i frutti dei propri campi. Le campagne elettorali che utilizzano il refrain della Terra dei fuochi e le azioni che si fermano alla mera denuncia dei fatti non consentono di certo un’analisi lucida della situazione territoriale

La Terra Felix risente ormai da lustri di una sorta di sineddoche, attraverso la quale si confonde indiscriminatamente lo stato dell’intero territorio con quello di alcune sue aree, trasformate in ultima meta di rifiuti tossici illecitamente sversati. Ciò che spesso si dimentica però è che il disastro ambientale non sempre coincide con quello agricolo, in particolar modo per la conformazione antropica di una regione che alterna ampie zone rurali ad altrettanto ampie aree densamente urbanizzate. Quel che infatti emerge dalle prime analisi significative svolte dall’Arpac (Agenzia regionale protezione ambientale Campania) in concomitanza con l’iter procedurale per l’approvazione della legge 6/2014 (ex decreto “Terra dei fuochi”) è che la contaminazione da rifiuti tossici interessa circa il 5% del territorio regionale e tale cifra si riduce all’1% se parliamo di suoli agricoli. Significa che fino a oggi sono stati comprovati solo due casi di contaminazione sui prodotti e, per giunta, secondo la stessa Arpac, uno di questi è anche di dubbia interpretazione. Ora, è ben certo che non possiamo esultare ma siamo quantomeno nelle condizioni di agire serenamente, in piena coscienza che non tutto è perduto. Se è vero che il cibo, come sostiene Carlo Petrini, è strumento di liberazione e non di condanna, lo è non solo nella visione bucolica e romantica dell’innocenza perduta ma ancora di più quando è a rischio. La biodiversità, in un contesto come quello campano, dove gli agricoltori – anche a causa del fenomeno Terra dei fuochi – si trovano troppo spesso a fare i conti con l’angosciante preoccupazione di trovare la via più semplice per non mandare al macero il prodotto, rischia di scomparire con ancora maggiori probabilità rispetto ad altri territori. E, in un paralizzante effetto domino, se non si valorizza la biodiversità le campagne si spopolano e si lascia campo libero a chi intende utilizzare i terreni agricoli per i propri fini, non sempre coincidenti con la nostra interpretazione di “giusto”. Come se non bastasse, non di rado a pagare le conseguenze di tale situazione paradossale sono stati (e sono tuttora) anche coloro che non hanno nulla a che fare con il grave contesto ambientale enunciato finora, per motivi sia geografici sia più squisitamente tecnici: il Cilento o l’alta Irpinia ma anche il territorio dell’alto Casertano, per esempio, si trovano a grande distanza da quel nugolo di paesi tra Napoli e Caserta dove i roghi tossici fanno notizia. Eppure, agli occhi di un osservatore esterno, la loro immagine è etichettata come “Campania”, e pertanto rigettata dai consumatori che si rivolgono ai supermercati e, nel contempo, esclusa dalle intese commerciali dei buyer.

Ragionando con gli agricoltori del territorio regionale, nel 2012 Slow Food ha dato vita in Campania al Manifesto di Resistenza Contadina, attraverso il quale si dà voce, sostegno e opportunità a tutti quei contadini che resistono, tra l’altro, al diffondersi dell’illegalità nei sistemi di produzione del cibo. Illegalità che può assumere forme diverse: dall’utilizzo del lavoro nero e del caporalato nelle aziende allo sversamento abusivo dei rifiuti su suoli agricoli, dal riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite al controllo dei mercati di beni alimentari. Resistenza Contadina nasce per consentire agli agricoltori di continuare a svolgere il proprio lavoro con dignità e con le opportunità che quest’attività dovrebbe offrire. Perché se i contadini demordono, allora tutto è veramente perduto. è nelle campagne abbandonate che sono finiti i rifiuti tossici, è dove la Terra veniva vissuta senza radici e senza speranze che si è lasciata la porta aperta a chi cercava complici. Bisogna dunque sapere guardare dentro i fatti e segnalare le differenze. Bisogna distinguere tra il “buono, pulito e giusto” che è la maggior parte e che pure, nonostante questo, è costretto a lottare per farsi riconoscere, e il “cattivo, sporco e ingiusto” che con troppa facilità emerge e copre la ricchezza della Campania Felix. La nostra unica speranza di risolvere il problema è farci promotori della conoscenza, dell’informazione che va oltre il clamore mediatico e il caos, che giovano solo a pochi. Quella che stiamo vivendo è una lotta tra due sistemi: da un lato c’è chi vuole trasformare la Campania nell’inceneritore d’Italia per poi bonificarla e innescare così un ciclo di grandi profitti, dall’altro chi combatte per salvaguardare un’economia di sussistenza. Noi facciamo parte di questi ultimi e, a differenza dei primi, facciamo i nomi dei nostri militi perché non restino ignoti. Nell’Agro Acerrano-Nolano-Mariglianese Bruno Sodano (neo-eletto consigliere nazionale Slow Food) di Pomigliano d’Arco, Vincenzo Egizio di Brusciano, i soci della Cooperativa Agrigenus, Pasquale Ferrara, Leopoldo Marciano, Girolamo Coviello D’Amico, Antonio D’Amico e Pasquale La Montagna di Acerra, Santino Piramonda di Marigliano e Tommaso Romano di Castello di Cisterna sono produttori di Presìdi Slow Food come la papaccella, gli antichi pomodori di Napoli e il fagiolo dente di morto. Nicola Migliaccio a Carinola (Caserta) e Giuseppe Laezza ad Afragola (Napoli) custodiscono roccaforti della biodiversità vegetale, tenendo a coltura ecotipi recuperati dal progetto “Salve” promosso dalla Regione Campania. Alberto Marulli a Francolise (Caserta) produce inoltre l’olio Monte della Torre, che il Concorso internazionale Biol 2014 ha premiato come il miglior olio biologico del mondo.

Oggi Slow Food li ha messi tutti insieme in un progetto di “Orti in affitto” sviluppato in collaborazione con il Centro commerciale Campania e nato da una felice idea di Giuseppe Lanza, fondatore del microbirrificio Gold Blond. Nelle sedi di Marcianise (Caserta) e di Pompei (Napoli), Gold Blond propone un menù di pizzeria e ristorante con prodotti conferiti esclusivamente da questi contadini e certificati mediante un protocollo di analisi sottoscritto dalla Regione Campania, dal Cra-Ort e dalla Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Il coordinamento di Slow Food Campania e Basilicata si è poi dotato già da diversi anni di un Comitato tecnico-scientifico dei Presìdi Slow Food diretto da Vito Trotta, responsabile regionale del progetto. Assieme ad altri organismi, questo gruppo di lavoro effettua verifiche periodiche sulla salubrità dei prodotti dei Presìdi e i dati restituiti fino a oggi ci dicono che le “nostre” coltivazioni non hanno problemi. Tutto ciò è la premessa per porre in essere quanto auspicato da Roberto Burdese in un post apparso sul suo blog nel portale web de Il Fatto Quotidiano: «è necessario garantire la sicurezza alimentare dei consumatori senza compromettere la sopravvivenza economica dei tanti produttori agricoli esenti da ogni contaminazione». Beninteso: questa non è una vana speranza ma la nostra stessa missione. Come ha affermato Giuseppe Orefice, neo-eletto presidente di Slow Food Campania, all’ottavo Congresso di Slow Food Italia a Riva del Garda: «La nostra non è la Terra dei fuochi ma la Terra di don Peppe Diana e di quella società responsabile che ogni giorno lotta non solo con la denuncia ma con attività propositive per rinnovare un sistema che molti vorrebbero endemicamente corrotto». Un rinnovamento che passa attraverso l’amore per la Terra Madre, quella che «faceva paura agli altri, così viva ancora e baciata dal sole». E Jacques Prévert ci perdonerà la licenza poetica!