Terra Madre indigenous people: the future we want

«Stiamo marciando tutti insieme verso il precipizio. Solo quando saremo prossimi alla caduta ci accorgeremo della necessità di invertire la rotta e a quel punto, a mostrarci la via, saranno coloro che abbiamo lasciato per ultimi in fondo a questo sciagurato corteo: gli indigeni, le donne, e i vecchi»

di Eleonora Bergloglio

È questo il pensiero che Carlo Petrini consegna alla variopinta assemblea di delegati presenti alla cerimonia di apertura di Terra Madre Indigeni, qui chiamato Mei-Ramew, traduzione di Terra Madre nella lingua locale del popolo Khasi. Dal 3 al 7 novembre, a Shillong, capitale dello Stato indiano nordorientale del Meghalaya, seicento delegati appartenenti a 140 diverse popolazione indigene provenienti da 58 Paesi del mondo si sono incontrati per confrontarsi sul tema “Il futuro che vogliamo: prospettive e azioni indigene”, un tema nient’affatto scontato, più attuale di quanto immaginiamo. Sì, perché gli indigeni esistono davvero. Forse sarebbe più confortante pensare a loro come a pochi e sparuti individui in via d’estinzione sparsi negli angoli più
Nel mondo aumenta
lentamente la
consapevolezza di
come l’agricoltura
delle famiglie e delle
comunità possa nutrire
il pianeta
remoti del pianeta, dotati di mezzi rudimentali e di aspirazioni primitive; sarebbe più confortante non dover fare i conti con la loro presenza e non doverci occuparci delle loro istanze, così diverse dalle nostre. E invece ci sono, e non sono neanche così pochi. Gli indigeni rappresentano circa un terzo dei novecento milioni di persone che vivono nelle aree rurali del pianeta, circa il 4% della popolazione mondiale totale, divisi in almeno cinquemila gruppi etnici. Il problema è che nel corso della storia e nell’evolversi delle politiche nazionali sono sempre stati discriminati e isolati, relegati in aree circoscritte e spesso caratterizzate da suoli poveri ed ecologicamente fragili, con dinamiche molto simili in diverse aree del pianeta. Così, a causa degli ambienti difficili nei quali vivono, spesso fanno fatica a procurarsi e a coltivare il cibo di cui hanno bisogno, ed essendo isolati dal resto della popolazione risulta spesso complicato per loro accedere ai servizi scolastici e sanitari. Nonostante la Dichiarazione delle Nazioni Uniti sui Popoli Indigeni affermi chiaramente come questi popoli siano da considerarsi liberi ed eguali agli altri, e di come non debbano essere discriminati nell’esercizio dei propri diritti, incluso quello all’autodeterminazione, la realtà dei fatti è che l’isolamento fisico e culturale nel quale vivono queste comunità rende loro impossibile l’accesso ai centri dell’informazione e del potere, anche nei casi in cui le cui decisioni prese impattino fortemente sulle loro vite.

A Shillong invece, nei loro abiti tradizionali indossati non per folklore ma per affermazione orgogliosa della propria diversità, gli indigeni del mondo hanno avuto la possibilità di dibattere i temi a loro cari, temi dei quali il Nesfas (North East Slow Food & Agrobiodiversity Society, nonché organizzatore dell’evento) si occupa da anni e sui quali promuove una ricerca costante che include i leader e i rappresentanti delle comunità indigene stesse. Nel mondo aumenta lentamente la consapevolezza di come l’agricoltura delle famiglie e delle comunità possa nutrire il pianeta, ma in questa assemblea l’esigenza forse ancora più forte era affermare come i prodotti locali abbiano un ruolo fondamentale nel definire l’identità culturale di un popolo indigeno, i cui sistemi di valori sono legati a doppio filo con l’ambiente: basti pensare ai popoli nomadi, che tracciano le proprie rotte seguendo le condizioni favorevoli al reperimento del cibo, o a chi assicura la sopravvivenza della propria famiglia e della propria comunità mettendo a punto un sistema agricolo adatto a condizioni ambientali estreme. Per queste persone il cibo non è una commodity: la terra e le sue risorse vanno rispettate. In contrapposizione all’approccio occidentale/cristianizzato che vede spesso l’uomo in posizione dominante quando non contrapposta rispetto alla natura, i delegati hanno evidenziato come la terra sia l’origine del tutto, la vera fonte di vita. Insomma, quello che gli indigeni di mezzo mondo ci hanno voluto raccontare è il loro diritto a essere, per così dire, “marginali”. Ogni giorno vediamo crescere l’uso di parole quali sostenibilità o agrobiodiversità, eppure nelle politiche nazionali e internazionali i sistemi di produzione al margine delle nostre economie vengono scarsamente considerati. Definiamo marginali alcune aree impervie del pianeta, i prodotti a bassa resa che vi si coltivano, le loro stesse popolazioni; nel frattempo, lontani dagli occhi e lontani dal cuore, gli indigeni in tutto il pianeta sono custodi di una biodiversità che solo in questi contesti si può salvare. E allora come dovremmo sostenere queste popolazioni? In passato gli sforzi delle culture dominanti prevedevano il tentativo di assimilazione delle comunità indigene, sforzi fondamentalmente falliti. Questi popoli sono fieri del loro retaggio, e il nostro ruolo può essere solo quello di aiutarli a far sì che le loro istanze arrivino all’orecchio di chi detiene il potere. Il nostro lavoro deve supportare i loro leader e le loro politiche di autodeterminazione, sostenendoli nello sforzo di preservare la propria identità culturale. Come afferma Maria Teresa Mendoza, coordinatrice del Forum Internazionale delle Donne Indigene: «Noi sappiamo che futuro vogliamo; lo troviamo nella nostra cosmovisione, nella nostra relazione con la natura. Nel futuro che vogliamo, gli altri possono comprendere questa nostra relazione con la natura. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è un’opportunità».