Territorio o vitigno?

Un’analisi della più ardua dicotomia, partendo dal caso del Nizza Docg

di Cristina Tenino

Nizza Monferrato, è il 20 dicembre 2013 quando nasce una nuova Docg. Il “Nizza”, prima sottozona tradotta in etichetta come menzione geografica aggiuntiva alla Barbera d’Asti Docg, diventa ora una vera e propria Denominazione di origine controllata e garantita, con un disciplinare nuovo di zecca. È la fine di un percorso iniziato negli anni Novanta, che ha visto impegnati molti protagonisti e la loro passione per questo vitigno, il Barbera. Una passione scolpita nel payoff della nuova denominazione: Nizza è Barbera. Nel riconoscimento di questa denominazione non vi è solo il desiderio di riuscire a camminare da soli sganciandosi finalmente dal Barbera d’Asti Superiore forse un po’ svilito negli ultimi anni, ma anche l’intento di proteggere un territorio e i suoi viticoltori. 100% Barbera (a differenza del disciplinare del Barbera d’Asti, che ammette diverse possibilità di taglio) ha pienamente senso perché in questa zona l’uva barbera – spesso un po’ trascurata nelle vicine Langhe per privilegiare il nebbiolo – la fa da padrona. Da tempo immemore, nell’Astigiano le uve barbera si coltivano su un solo versante, perché la tipologia di esposizione ne decreta la buona riuscita o meno. Tutto ciò ha creato un connubio terra/vitigno che nel moscato trova il suo alter ego bianco e aromatico.

Eppure, nelle etichette del nuovo Nizza Docg la parola Barbera non farà parte della denominazione.Eppure, nelle etichette del nuovo Nizza Docg la parola Barbera non farà parte della denominazione.

Il difficile è dover scegliere
Un amore, dicevamo, per il territorio; ma questo di sicuro non è il primo caso in cui a livello di tutela si predilige la geografia al vitigno: si pensi, restando in Piemonte, al caso del Roero, diventato Doc nel 1985, anch’esso dopo una lunga traversata, e allora capace – come fa il Nizza oggi – di rinunciare alla parola magica “Nebbiolo”. Una scelta a favore del terroir, in cui l’elemento vitigno svanisce. Ma allora cosa significa terroir e perché altrove la scelta è ed è stata diversa? Si pensi a Primitivo di Manduria, Brunello di Montalcino, Barbera d’Alba e Sagrantino di Montefalco, per fare esempi noti a tutti, dove si è scolpito il legame vitigno/luogo nella denominazione d’origine. Terroir è un termine da non dare per scontato, sebbene chiarire esattamente cosa s’intenda quando lo si cita sia molto complesso: non è un semplice riferimento al territorio ma è qualcosa da interpretare in un senso tanto ampio che, se chiedessimo a un produttore cosa indichi la parola, probabilmente ci direbbe semplicemente che è ciò che rende il suo vino differente da quello degli altri viticoltori, quello che quindi gli dona un valore aggiunto. Semplice e al tempo stesso sfuggente.

Il terroir è la sintesi di uomo, ambiente, vitigno, storia ed economia. Una sintesi dinamica, continuamente plasmata e impercettibilmente in evoluzione: come l’idea stessa di identità.

Ma in presenza di tale indeterminatezza, perché allora preferire il nome del territorio e non del vitigno?
La parola ai protagonisti Parlando con Gianluca Morino, già presidente dell’Associazione Produttori del Nizza, la risposta a questa domanda pare molto semplice: lavorare sul nome del territorio non vuol dire solo comunicare un vino, ma anche le tecniche e le persone che ci lavorano, soprattutto se il vitigno, in questo caso il barbera, è stato in passato comunicato male ai consumatori, tanto da essere frainteso, confuso, reputato pregiudizialmente “minore”. È stato scelto per questo il nome Nizza (e non Barbera di Nizza), nella consapevolezza che una denominazione di questo tipo comporta complicazioni nella commercializzazione e nella comunicazione del prodotto, ma con il desiderio di creare una netta divisione rispetto al passato e alle scelte metodologiche precedenti. La volontà dichiarata è quella di far diventare questo vino “la” Barbera per eccellenza. Volontà che viene condivisa da molti produttori, anche importanti, che hanno deciso di aderire all’Associazione Produttori del Nizza e iniziare così un nuovo cammino, lontano dalla Barbera d’Asti, ma anche chiaramente orientato a garantire la qualità finale. Divieto di impianti oltre una certa altitudine, divieto di arricchimento dei mosti: solo il meglio può venire dalle vigne per produrre il Nizza.