Un nuovo mondo è possibile, anzi necessario

di Camilla Micheletti

Con Serge Latouche, economista e Stefano Zamagni, docente universitario

«Decrescita felice» non è più un’espressione misteriosa relegata a circoli di poche centinaia di membri. La decrescita è ormai l’antitesi alla teoria dello sviluppo a tutti costi, fatta propria da Slow Food e tangibile durante tutte le manifestazioni, Terra Madre Salone del Gusto 2016 tra tutti. In termini teorici e pratici se ne è parlato anche durante uno dei convegni della kermesse al Teatro Carignano. Protagonisti colui che ha contribuito a far conoscere questa espressione a tutto il mondo, il professor Serge Latouche, e l’economista Stefano Zamagni, professore di Economia all’Università di Bologna, moderati dalla presidentessa di Slow Food Germania Ursula Hudson.

«La decrescita – ha cominciato Serge Latouche – nasce inizialmente come slogan per contrastare un’altra espressione che nel passato ha avuto fin troppa fortuna: lo sviluppo sostenibile. Un concetto creato e diffuso da criminali del calibro di Stephan Ernest Schmidheiny, condannato per la strage di 3000 dipendenti a Casale Monferrato, dopo la Conferenza di Stoccolma del 1972. Si tratta di uno dei più grandi ossimori mai inventati dall’uomo, perché lo sviluppo può essere tutto tranne che sostenibile.

Eravamo ancora nel mondo del pensiero unico – in Inghilterra Margaret Thatcher avrebbe coniato pochi anni dopo lo slogan TINA – There Is No Alternative – e tutti, a sinistra come a destra, abbracciarono il concetto dello sviluppo sostenibile. Io, assieme ad altri attivisti come Vandana Shiva e Gustavo Esteva, facevo parte di una piccola internazionale messa in piedi con l’obiettivo di elaborare una critica a questa visione, raccolta poi nel Dizionario dello Sviluppo.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il momento in cui il modello capitalistico sembrava l’unico in grado di governare il mondo, c’è stata la necessità di rimarcare che mondi diversi, e alternative erano ancora possibili. Avevamo bisogno di una bandiera provocatoria che abbiamo individuato nella parola “decrescita”. Dietro questa parola si nasconde un progetto alternativo, anzi, una matrice di alternative, che significa uscire dal mondo unico per ritrovare la pluralità e la diversità di tanti mondi possibili. Dico matrice di alternative perché liberandoci dalla cappa di piombo del pensiero antropologico che sta dietro l’homo oeconomicus, si ritrova la diversità delle culture, schiacciate dall’omologazione planetaria che intende distruggere tutte differenze, da quelle culturali a quelle alimentari. Ogni Paese deve avere la possibilità di inventare la propria alternativa». Sulla necessità di immaginare un nuovo mondo si è soffermato anche Stefano Zamagni: «Voglio sottolineare perché cambiare il paradigma sia necessario. L’epoca storica che stiamo vivendo è connotata da tre insiemi di problemi: l’aumento endemico delle diseguaglianze, la questione ecologica e quella della pace. Sono tre nodi diversi ma collegati tra loro, perché l’aumento delle diseguaglianze, oltre a mettere a repentaglio la pace, è uno dei fattori che provoca le migrazioni che sono conseguenza, causa ed effetto della crisi ecologica. È necessario uscire dal paradigma mainstream che ci ha fatto credere che non ci fosse alternativa, di vivere nel migliore dei mondi possibili. Segnali interessanti arrivano anche da luoghi inaspettati, come l’ultimo lavoro del Fondo Monetario Internazionale, in cui si legge come le politiche neoliberiste imposte dal Fondo stesso si siano rivelate sbagliate e abbiano prodotto effetti perversi. Il movimento di Slow Food ha dato un contributo alla questione, assieme a tanti altri soggetti.

Per uscire da vecchio paradigma ci vuole, però, una mappa alternativa che potremmo individuare in un “pensiero pensante” orientato da azioni concrete. La categoria degli economisti ha gravissime responsabilità: nel dopoguerra l’analisi e la teoria economica hanno compiuto una brusca deviazione rispetto ai decenni e ai secoli precedenti. Il modello dell’homo oeconomicus ha il suo fondamento nel pensiero di Thomas Hobbes (homo homini lupus, l’uomo è un lupo nei confronti dell’altro). L’unica reazione possibile in questo caso è difendersi e sospettare: diventa impossibile costruire un ordine sociale e per questo lo si fa con la forza, finanziaria ed economica. All’opposto di questa concezione si situa l’assunto elaborato da Antonio Genovesi, primo uomo al mondo a dirigere una cattedra di Economia Civile, istituita all’Università di Napoli nel 1753. Il suo è, al contrario di quello di Hobbes, un assunto antropologico: homo homini natura amicus, ovvero ogni uomo è per natura amico degli altri uomini. Partendo da questo si sviluppano un pensiero e politiche economiche che si situano agli antipodi di quelle che oggi governano la nostra società.

In questo ordine di idee diverse persone, in Italia come all’estero, stanno prendendo atto di come oltre a denunciare bisogna proporre un’alternativa che non può non partire dalla teorizzazione. La crescita è diventata il nuovo idolo perché di fronte al rischio di essere sbranati non si può far altro che accumulare per proteggersi. Se vogliamo andare contro il mito della crescita dobbiamo rivedere il modo in cui ognuno si rapporta agli altri: il paradigma deve traslare dall’individuo alle relazioni. Finché ci limiteremo ad aggiustare e ridistribuire non riusciremo a risolvere il problema. In quest’ottica abbiamo separato, per esempio, l’ecologia dalla lotta alla povertà e alle diseguaglianze. Ma separando le due facce della medaglia, come dice anche Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, non riusciremo a cambiare il mondo. Per riuscirci, dobbiamo tornare a produrre “pensiero pensante” perché di “pensiero calcolante” ne abbiamo fin troppo».

L’urgenza del cambiamento diventa tanto più forte quando la crescita si va a scontrare contro il muro dei limiti ecologici e sociali. «La doppia sfida che dobbiamo affrontare – ha proseguito Latouche – è quella di cambiare i rapporti con la natura e all’interno della società. Si può cominciare anche a livello personale e locale. Slow Food è già un cambiamento di paradigma nel campo del cibo e dell’attività agraria e artigianale. Non si può ottenere un cibo buono, pulito e giusto se non si cambia la logica del sistema a livello globale, ritrovando il senso della misura. La crescita come fenomeno naturale è una bellissima cosa: tutti gli organismi crescono e si sviluppano, poi declinano e muoiono, ma quando gli economisti hanno preso in prestito la metafora della crescita non hanno previsto il declino. Diversi filosofi, come Giambattista Vico, affermano che le civiltà sono mortali. Gli economisti hanno immaginato la nostra società come un organismo che cresce all’infinito. Dobbiamo uscire dall’idolatria dello sviluppo e ritrovare il senso della comunità, come organismo che deve decidere cosa, come e quanto produrre. Solo così capiremo che il nostro modo di vivere è solo una piccola parentesi della storia dell’umanità».

Di fronte alle diverse crisi del modello dominante che hanno investito le vicende umane sono state date diverse risposte. Stefano Zamagni ne individua principalmente tre: «Quando un modello di ordine sociale entra in crisi sono tre le strade da percorrere: quella rivoluzionaria, quella delle riforme e quella della trasformazione. Credo che nella nostra situazione, posto che la prima strada non sia più percorribile – dobbiamo fare tesoro delle lezioni della Storia – io sono a favore della trasformazione: le riforme, per quanto valide, non sono mai risolutive. Serve, invece, l’intelligenza pratica e il coraggio di trasformare il sistema economico e sociale. Prima di tutto bisogna cambiare le regole del gioco, che nel nostro caso sono dettate dalle istituzioni economiche: banche, sistema di tassazione, proprietà e mercato del lavoro oggi producono effetti perversi ovvero contrari a quelli desiderati. Come quella che legittima il land grabbing.

L’Africa è in mano per oltre 40% a multinazionali o imprese pubbliche straniere. Siamo di fronte a un problema di istituzioni. Bisogna vietare il land grabbing a partire dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. Non è possibile realizzare contratti fino a 99 anni che possano imporre tecniche di produzione e coltivazioni. Stiamo assistendo allo spostamento di masse di contadini spodestati, che vanno a ingrossare le file degli slums cittadini, e successivamente quelle dei flussi migratori. Per non parlare dei migranti ecologici, come le popolazioni costiere del Bangladesh che abbandonano il proprio territorio a causa dell’innalzamento del mare.

Oppure nel caso della speculazione sui titoli emessi sui beni di prima necessità, che a causa dell’andamento ciclico si riflette sui prezzi delle materie prime rendendo impossibile, per i contadini, far fronte a situazioni come quella del 2007 quando il prezzo dei cereali è triplicato nel giro di pochi mesi, per poi dimezzarsi nell’anno seguente. Per far fronte a questa situazione si dovrebbe come minimo decidere in sede G20 che è vietato denominare i derivati sui beni di prima necessità. La differenza tra riforme e trasformazione sta tutta qua: i riformisti consentono queste operazioni, ponendo dei limiti. Dobbiamo, invece, considerare il mutamento dei modelli culturali, a partire dai consumi».