Un seme gettato in Corea… germoglia in Nigeria

di Irene Marocco

Olanjran Benjamin Olatilo ha 45 anni ma ne dimostra 10 in meno per l’entusiasmo e la freschezza con cui parla e lavora. Con fierezza racconta il percorso che lo ha portato a diventare in Nigeria il referente nazionale Slow Food per il progetto dei “10.000 orti in Africa”, e sicuramente uno dei collaboratori più motivati e dinamici del progetto

La storia di Olanjran Benjamin Olatilo (Ben per quanti lo conoscono) è il risultato della straordinaria combinazione tra la passione di un ragazzo nigeriano e il lavoro della rete Slow Food in Corea del Sud. Nato a Ferragosto del 1969 a Igbajo (città dello Stato di Osun), in Nigeria, Ben è cresciuto in una famiglia contadina ma l’interesse per l’agricoltura sostenibile si è sviluppato poco per volta negli anni. Dopo gli studi di scuola superiore e un primo lavoro come insegnante, Ben ha iniziato a occuparsi di agricoltura e a lavorare con i contadini, aderendo inoltre al Wwoof, un’organizzazione che consente ai giovani di viaggiare e di fare esperienze in aziende agricole biologiche di tutto il mondo. La svolta è avvenuta nel 2011, proprio grazie al Wwoof: selezionato per partecipare a una conferenza internazionale in Corea in qualità di unico rappresentante africano, Ben entra in contatto per la prima volta con il movimento Slow Food. Alla conferenza, infatti, sono presenti anche i membri di Slow Food Corea, con un seminario sulla filosofia della Chiocciola, un Laboratorio del Gusto e il lancio del progetto “Mille orti in Africa”. Per Ben è una rivelazione: «Sono rientrato nel mio paese convinto che qualcuno dovesse iniziare anche in Nigeria a promuovere questi temi. E soprattutto a valorizzare i prodotti locali, perché il nostro Paese importa l’80% dei beni alimentari. Volevo assolutamente avviare il progetto degli orti in Nigeria!». La risposta è positiva: nel 2012 Ben, educatore per formazione e vocazione, fa un primo tentativo per reintrodurre l’insegnamento delle pratiche agricole nella scuola Ola David a Badeku (a Egbeda, Ibadan, nel Sudovest del Paese), grazie alla collaborazione di due volontarie del Wwoof (Laurence dal Canada e Franzisca dalla Germania) che lo affiancano per l’avvio di attività orticole e di pescicoltura. In seguito, Ben realizza i primi dieci orti Slow Food in scuole della regione di Ibadan.

«Fino agli anni Sessanta e Settanta, in Nigeria, tutte le scuole avevano un orto – spiega Ben -. Poi la gente ha perso interesse, convinta che fosse più pratico e vantaggioso acquistare cibo importato dall’estero: riso, pollo, pesce. Nel giro di alcuni anni le lezioni di agraria sono scomparse dai piani di studio di tutte le scuole, e con esse si è persa anche la cultura dell’orticoltura tra i giovani». Grazie alla determinazione di Ben e all’esempio del progetto Slow Food, il governo di Oyo (uno dei 36 Stati in cui è suddivisa la Federazione Nigeriana) decide di promuovere una campagna per reintrodurre gli orti nelle scuole. Il 10 dicembre 2013, in occasione del Terra Madre Day, i ministri dell’agricoltura e dell’educazione e Ben coordina 32 orti Slow Food in quattro Stati: Ogun, Oyo, Osun, Ondo e 12 nuovi orti saranno avviati nei prossimi mesi negli stati di Lagos, Ekiti e Kwara tutti gli attori coinvolti nel progetto (più di 500 tra contadini, piccoli ristoratori e rappresentanti dell’amministrazione pubblica) parteciparono a un incontro organizzato da Ben, assieme al governo locale di Egbeda, allo scopo di presentare la filosofia di Slow Food e di costruire una rete per l’agricoltura biologica e l’educazione al consumo. «Seguendo l’esempio di questa collaborazione, le iniziative governative si sono moltiplicate anche in altri Stati nigeriani, ma gli orti promossi da Slow Food restano i migliori perché si basano sulla filosofia del buono, pulito e giusto, e promuovono un’agricoltura sostenibile, valorizzando le conoscenze del territorio e recuperando molti prodotti che rischiano di scomparire». Oggi Ben coordina 32 orti Slow Food in quattro Stati – Ogun, Oyo, Osun e Ondo – e 12 nuovi orti saranno avviati nei prossimi mesi negli Stati di Lagos, Ekiti e Kwara. «La gente si sta rendendo conto che l’unica strada per raggiungere la sovranità alimentare in Africa passa per la produzione delle proprie colture e del proprio cibo. Ma c’è ancora molto lavoro da fare: tanti piccoli agricoltori coltivano seguendo i metodi tradizionali, ma, per esempio, è necessario sensibilizzarli sugli effetti negativi dei fertilizzanti chimici di sintesi. Dobbiamo impegnarci a educare la gente a un’agricoltura pulita e al consumo del cibo locale». Incoraggiare i contadini a produrre localmente sarà anche lo strumento per preservare la tradizione alimentare. «Sono tante le varietà vegetali che si stanno perdendo, i prodotti e le ricette a rischio di estinzione; bisogna lavorare affinché siano recuperate dalla nostra società».

Il lavoro in questa direzione è già cominciato: «Grazie ai semenzai creati negli orti Slow Food, i contadini hanno ripreso la coltivazione di una varietà di cucurbitacea (la Trichosanthes cucumerina) che era quasi scomparsa dai campi e dalle tavole dopo gli anni Settanta. Conosciuti localmente come snake tomatoes, questi frutti lunghissimi e molto dolci sono utilizzati in alternativa alla polpa di pomodoro e nella preparazione della tradizionale zuppa egunsi, ottenuta facendo stufare pochi minuti in una pentola con olio rosso caldo il melone I contadini hanno ripreso la coltivazione di una varietà di cucurbitacea conosciuta localmente come snake tomato tritato, e aggiungendo quindi snake tomatoes e pepe macinato, rosso o verde, secondo il gusto personale. Il progetto degli orti ci permetterà di creare una rete di giovani africani più consapevoli e capaci di cambiare il futuro dell’Africa – continua Ben – e lo fa anche attraverso l’organizzazione di feste che coinvolgono le comunità: a Moremi (Osun), durante la giornata del mais, genitori, insegnanti e studenti cucinano e mangiano insieme; a Badeku gli studenti della scuola Ola David celebrano il Terra Madre Day, mentre i membri delle comunità Egbeda-Erunmu organizzano competizioni culinarie, balli, preparano piatti e bevande tipiche tra cui la birra locale». Lo spirito d’iniziativa della rete nigeriana non si ferma qui: «Bisogna dare più voce ai contadini anche nelle scuole e nei ristoranti locali, affinché si acquistino e cucinino i prodotti biologici del territorio – conclude Ben -. Per questo vorrei lavorare ancora di più per riuscire a coinvolgere i ristoratori più sensibili e gli studenti». Un seme gettato in Corea porterà ancora molti frutti in Africa.

Slow Food for Africa : 10.000 orti per coltivare il futuro!
Nel 2011 è stato avviato il progetto “Mille orti in Africa”, che ha mobilitato oltre 50.000 persone in 25 Paesi africani e decine di migliaia di soci e attivisti in tutto il mondo. L’obiettivo è stato raggiunto a fine 2013 e Slow Food ha deciso di rilanciare con una nuova sfida: realizzare 10.000 orti in tutti i Paesi africani. Realizzare 10.000 orti buoni, puliti e giusti nelle scuole e nei villaggi africani significherà garantire alle comunità cibo fresco e sano, ma anche formare una rete di leader consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura; protagonisti del cambiamento e del futuro di questo continente. I “10.000 orti in Africa” saranno modelli concreti di agricoltura sostenibile, attenti alle diverse realtà (ambientali, sociali e culturali) e facilmente replicabili.

Ecco i dati aggiornati al mese di agosto del 2014
Totale orti attivi: 1262, di cui 507 nelle scuole
Paesi in cui gli orti sono stati realizzati: 30 (Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea Bissau, Kenya, Madagascar, Malawi, Mali, Marocco, Mauritania, Mozambico, Namibia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Sao Tomé e Principe, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudafrica, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zimbabwe).

È possibile sostenere il progetto offrendo contributi di qualunque entità. Con una donazione pari a 900 euro è possibile adottare un orto e avviare uno scambio con le comunità coinvolte nel progetto.

Potete effettuare una donazione mediante:
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Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus
bonifico bancario su c/c intestato a
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Banca Sella, via Giuseppe Verdi 15, 12042 Bra
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