Uomini di mais custodi di libertà

di Lorenzo Berlendis

Il trasparente richiamo all’opera del grande scrittore guatemalteco Miguel Ángel Asturias non è un semplice omaggio alla sua ingegnosa prosa. Prosa capace di restituire l’epopea delle comunità mesoamericane, inestricabilmente intrise di mais; capace di maneggiare con sapienza variegati registri: onirico, grottesco e tragicomico, per trasmettere miti fondativi e grandezza di una cultura. Allude al conflitto profondo che contrappone gli uomini fatti di mais ai maiceros: i coltivatori di mais, coloro che tagliano e bruciano gli alberi per ottenere campi dove seminare il mais, non per alimentarsi ma per farne commercio, spezzando il nesso vitale che lega l’esistenza dell’indio alla terra, privandolo di identità e senso, profanando il sacro cereale di questi uomini e donne generati da «pannocchie di mais giallo e pannocchie di mais bianco… e questo è quel che entrò nella carne dell’uomo creato, dell’uomo fatto…» (Popol Vuh). Anche noi, oggi, siamo fatti di mais, per ragioni opposte e lontane da quelle degli indios del Centro America. È fatta di mais la carne che mangiamo, è fatto di mais il latte, è fatto di mais il formaggio, lo zucchero di merendine, biscotti, salse e bevande, è fatto di mais l’involucro, la borsa in cui stiviamo il cibo, i piattini compostabili in cui lo mangiamo, è fatto di mais il biogas che bruciamo.

I maicediros di un pugno di multinazionali, come sappiamo, hanno riempito il mondo di mais, tantissimo mais, di pochissime varietà, ibride e transgeniche. Un mais che mangia la terra, mangia il suolo, mangia il paesaggio, mangia l’acqua, mangia l’aria, mangia l’uomo. Dentro questo scenario ecco che si rinnova il conflitto raccontato da Asturias. I nostri hombres de maiz sono quegli agricoltori custodi, quei contadini, quei mugnai, quei ricercatori che oggi, in completa controtendenza, cercano di rivalutare il consumo diretto del mais, con un approccio alla nutrizione che sia rispettoso di storia e di storie, di Terra e di terre. Un approccio che li contrappone ai moderni maiceros delle commodities. Il primo incontro italiano dei coltivatori di varietà di mais locali a impollinazione libera ha avuto luogo a ottobre all’interno di Expo, nello Slow Food Theater. Presenti i rappresentanti delle comunità che hanno selezionato nel tempo, conservato e reintrodotto diverse varietà: il pignoletto bianco e rosso, l’ottofile giallo, bianco e rosso in Piemonte; lo spinato di Gandino, il rostrato rosso di Rovetta e lo scagliolo di Carenno in Lombardia; il cinquantino bianco, giallo e rosso o il dente di cavallo in Friuli Venezia Giulia; lo sponcio bellunese, il biancoperla e il marano vicentino in Veneto; l’ottofile della Garfagnana e della valle del Serchio in Toscana; l’agostinella rosso dei monti Imbruini e dell’Aniene in Lazio e lo spugna bianca di Marigliano in Campania; e ancora il quartarana rosso in Abruzzo, e l’ottofile di Roccacontrada delle Marche, e lo spin della Valsugana in Trentino… È, questo, un elenco solo parziale di alcune delle varietà locali presenti in Italia, un enorme patrimonio di biodiversità a rischio di scomparsa. Di fronte a questi rischi, l’intento del progetto, presentato anche in Consiglio nazionale, è la concretezza. Valorizzare le piccole comunità del cibo italiane che continuano a produrre mais tradizionali. Mettere in rete queste esperienze, riconoscere il giusto valore anche economico a queste coltivazioni costituisce azione primaria di presidio del territorio, difesa del paesaggio rurale, diffusione della cultura agricola del nostro Paese. Il successo che stanno riscuotendo farine e trasformati, le irresistibili gallette andate a ruba nello Slow Cheese, sempre in Expo, testimoniano un potenziale capace di saldare bontà gustativa a valore nutrizionale, rispetto dell’ambiente a sostenibilità economica degli attori della filiera.


Anche noi, oggi, siamo fatti di mais

Passaggio, quest’ultimo, indispensabile e strategico perché la contaminazione tra produttori si estenda e si rafforzi, se fondata sulla redditività garantita agli uomini di mais. Per raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi il progetto è stato articolato in fasi successive, che potete leggere nel box dedicato. Renato Ballan, consigliere nazionale Slow Food e coordinatore della rete: «Siamo contadini e ricercatori, siamo chef e mugnai a cui non interessano gli ibridi super produttivi, ogm o meno che siano. Per scelta tecnica ed economica oltre che per convinzioni etiche, coltiviamo con pratiche agricole sostenibili varietà locali, a impollinazione libera, di altissima qualità gustativa, con precise e distinguibili caratteristiche organolettiche per rispondere a una crescente domanda di alimenti ben fatti, buoni, adeguatamente remunerativi del lavoro, strettamente ancorati ai nostri territori e alle nostre storie. Siamo ricercatori, anzi cercatori di libertà, siamo uomini di mais!» La controtendenza è innescata, ora serve ampliare la rete: agganciare i moltissimi mais per alimentazione umana che, qui e là, sono disseminati in valli e contrade del nostro Paese. Serve mettere un altro tassello importante nel mosaico di filiere etiche che cercano di cambiare abitudini e consumi alimentari, così come è stato fatto con il Presidio nazionale dell’olio extravergine di oliva, così come si sta facendo per latte e pane, verso un cibo quotidiano buono, pulito e giusto per tutti!