Verso il 2016 Slow Food compie trent’anni

di Gaetano Pascale

Il 2015 passerà alla storia, per chi si occupa di alimentazione e non solo, come l’anno di Expo. E infatti il cibo non è mai stato così al centro di dibattiti, discussioni e confronti come in questi ultimi mesi. Capiremo più avanti nel tempo se sono stati fatti progressi significativi in direzione di una maggiore sostenibilità sociale e ambientale dei sistemi alimentari globali. Nel frattempo resta forte la convinzione che alcuni schemi proposti da enti, organizzazioni e grandi aziende siano difficili da scardinare.

La Carta di Milano, che vuole essere una parte dell’eredità che ci lascia l’Expo, costituisce un esempio calzante di come sia timido l’approccio di chi ha in mano le redini dei processi decisionali. Un documento che, nelle intenzioni di chi lo ha promosso, doveva segnare una svolta nelle politiche alimentari del pianeta finisce per essere l’ennesimo tentativo di conciliare interessi e posizioni che conciliabili non sono. In questo modo si spiega l’assenza (o la presenza appena sfumata) di qualsiasi riferimento ai cambiamenti climatici – pur sapendo che l’agricoltura e i sistemi di produzione del cibo impattano non poco in tal senso –, al land grabbing che impedisce la sovranità alimentare di intere popolazioni o alla proprietà dei semi per le comunità locali dei contadini. Emerge così che anche le multinazionali alimentari discutono di responsabilità sociale e sono disposte perfino a fare delle concessioni in tal senso, a patto che queste consentano di non sacrificare neppure una briciola dei profitti attesi, ma anzi possano diventare una nuova leva di marketing. Perché ormai va così: dal momento che non ci può opporre alla crescente consapevolezza dei cittadini sul fatto che i processi produttivi debbano fare i conti con la sostenibilità ambientale, si prova almeno a sfruttarla per un tornaconto economico. Ma l’Esposizione universale ci ha anche confortato sull’efficacia del messaggio di Slow Food, quando parliamo di tutela della biodiversità, di educazione, di equità dei sistemi alimentari a un pubblico più vasto e meno specializzato di quello che solitamente già rivolge le proprie attenzioni alle nostre attività. Un messaggio perciò che dobbiamo continuare a trasmettere con convinzione e impegno attraverso i nostri progetti diffusi sui territori, lavorando per migliorare progressivamente il cibo che consumiamo ogni giorno sulle nostre tavole. L’approdo alla qualità del cibo quotidiano è il più naturale possibile per il nostro percorso, noncuranti di chi continuerà ad appiopparci l’etichetta di snob o radical chic, sradicando la convinzione che prodotti di qualità, ottenuti nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori, siano soltanto appannaggio di persone benestanti o facoltose. Oggi ci troviamo di fronte a un unico grande sistema alimentare globale che viene calato in maniera dirompente a livello locale ed è governato da pochi colossi in grado di condizionare pesantemente legislatori e consumatori. Bisogna rivoltare come un calzino questo meccanismo e creare sistemi locali del cibo connessi fra loro, per restituire ai popoli sovranità alimentare, uscendo dalla logica competitiva impostata sul prezzo più basso possibile, che finisce inevitabilmente per penalizzare i più fragili ma anche i più virtuosi. Un cambiamento di questa portata sarà possibile solo se cambiano le norme che disciplinano i processi produttivi, dalla burocrazia all’etichettatura. Per questo è importante continuare e rinforzare la nostra azione di pungolo nei confronti degli organismi legislativi locali, nazionali e internazionali. Ma questo cambiamento avviene se anche noi di Slow Food facciamo la nostra parte nella costruzione di sistemi locali del cibo, consentendo ai tantissimi agricoltori, allevatori e artigiani che lavorano con serietà e scrupolosità di diventare i nostri fornitori di cibo quotidiano, anziché di materie prime per l’industria alimentare. Ogni condotta, ogni comunità del cibo può diventare il germoglio per la crescita di un sistema locale del cibo, perciò occorre una rete di Slow Food più capillare e più solida che sappia coniugare l’analisi critica con la capacità di orientare la politica, ma soprattutto sappia sporcarsi le mani attraverso progetti realizzati sul proprio territorio.

Del resto nel 2016 celebreremo i nostri primi 30 anni di attività: alcuni nostri progetti sono diventati dei riferimenti per tanti addetti ai lavori – penso ai Presìdi, agli Orti in condotta o ai grandi eventi – e oggi non pecchiamo di immodestia se affermiamo che le dinamiche alimentari del nostro Paese sono in (lento) miglioramento grazie al nostro contributo e che Terra Madre ha ridato speranza a tante comunità rurali in tutto il mondo. Il trentennale, perciò, rappresenta anche una grande occasione per ampliare l’eco della nostra voce sulla tutela della biodiversità, sulla riduzione delle emissioni di CO2 e del consumo di suolo, sulla riduzione degli sprechi, sulla legalità, e portarla anche a un pubblico che non ancora non ci conosce. Ma se vogliamo raggiungere un pubblico nuovo avremo bisogno di un nuovo linguaggio e soprattutto dovremo consentire ai giovani, il motore più potente per qualsiasi cambiamento, di portare la loro energia dentro la nostra rete. Potremo così rispondere nel migliore dei modi alle aspettative, sempre più elevate, che in tanti ripongono in noi. In un momento in cui la società continua a generare squilibri e diseguaglianze su tanti fronti, il nostro lavoro portato avanti con passione, umiltà e determinazione costituisce qualcosa di più di una speranza, per provare a correggere la rotta attraverso il cibo, dalla parte dei più fragili.