Verso il 2017

di Carlo Petrini

Ci aspetta una lunga e approfondita riflessione su quanto dobbiamo diventare, su quale strada vogliamo percorrere per continuare a promuovere nel mondo l’idea di un cibo più buono, pulito e giusto per tutti

Stiamo per concludere un 2016 che è stato teatro di molte emozioni forti. È stato l’anno del trentennale della nostra associazione, abbiamo concluso un importantissimo sforzo organizzativo come è stato quello del nuovo Salone del Gusto, abbiamo appena rincontrato i nostri amici della straordinaria rete di Terra Madre.
Ma prima che qualcuno si preoccupi, sappiate che il 2017 non sarà da meno. Nell’estate si terrà il congresso internazionale, e ci aspetta una lunga e approfondita riflessione su quanto dobbiamo diventare, su quale strada vogliamo percorrere per continuare a promuovere nel mondo l’idea di un cibo più buono, pulito e giusto per tutti. Un anno di transizione dunque, che può e deve essere un momento di riflessione su chi siamo e soprattutto su cosa vogliamo diventare. Nella sua ormai trentennale vita, Slow Food ha avuto modo di incontrare ed esperire moltissime diversità, ne ha fatto elemento di formazione e di studio, ne ha subito il fascino e ha saputo trarne un elemento di metodo per interpretare i territori in profondità, senza riduzionismi e senza semplificazioni.

Ponendo al centro il cibo, partendo dal nocciolo della sopravvivenza e dell’adattamento di ogni comunità sulla Terra, abbiamo capito che si poteva conoscere meglio il mondo, si potevano cogliere storie e stratificazioni millenarie, comprendere sensibilità e sviluppi, immaginare e tracciare traiettorie di senso. Da qui deriva la considerazione che anche lo slogan che ha reso Slow Food riconoscibile in tutto il mondo, “buono, pulito e giusto”, perde di significato e di incisività se non ha alla base la diversità.
Educarci tutti alla comprensione della diversità è la grande sfida di questo secolo. Comprendere, accettare e rispettare la diversità deve essere la strada anche quando questa ci urta ed è difficile da includere nelle nostre categorie di pensiero. Una diversità come elemento identitario che, partendo dal cibo, assume una visione olistica. Senza diversità non c’è identità, e le nostre radici si costruiscono proprio in relazione all’altro, accettando e conoscendo le diversità del mondo.
Pur con tante debolezze e fragilità, non possiamo non riconoscere che la nostra presenza a livello internazionale è figlia di poche risorse e di grandi intuizioni, che nel tempo hanno arricchito e reso sempre più complesso il nostro orizzonte interno, raggiungendo i più diversi territori e contesti, moltiplicando forme di partecipazione e di adesione, aprendo scenari di azione e di interazione che sfuggono a qualunque schematizzazione di carattere organizzativo e che spesso anche a noi risultano di difficile comprensione e interpretazione. E tuttavia esistono, formano parte integrante del nostro corpo sociale e influenzano, orientano, muovono (con un rilievo che cresce di giorno in giorno) il nostro operare.
Oggi siamo in un momento cruciale, in cui appare evidente (e non rinviabile) la necessità di adeguare la struttura organizzativa a questa molteplicità di indirizzi, per essere capaci sempre di più e sempre meglio, nei prossimi anni, di fare della diversità la nostra linea guida. Questo percorso non può e non deve avviarsi senza ridisegnare il senso ultimo della nostra attività, l’orizzonte di significato del nostro agire. E per farlo deve saper abbracciare la complessità del pianeta e deve saper includere, allargare vedute e sperimentare modelli.

La diversità ci ha sempre accompagnato, e ha costituito la base su cui abbiamo lavorato con i progetti dell’Arca, dei Presìdi e delle comunità di Terra Madre. La straordinaria diversità, che nel campo alimentare i territori e le popolazioni hanno saputo esprimere e che ne fa un patrimonio dell’umanità e delle comunità, deve costituire il perno attorno al quale costruire il paradigma vincente di un’economia forte a livello locale ma capace di mettersi in rete a livello globale. Questa è la nostra idea di economia e sviluppo, fermo restando che oggi come 2000 anni fa sono valide le parole di Plinio il Vecchio: «Cominceremo ora a trattare l’opera più grandiosa della natura: esporremo all’uomo i suoi cibi, e lo costringeremo ad ammettere che gli è sconosciuto ciò che lo fa vivere». È interessante, a questo punto, riflettere sull’etimologia di due parole che spesso compaiono nel nostro vocabolario associativo per descrivere la nostra visione del mondo e che sempre di più dovranno essere centrali: complessità e armonia.
Complessità deriva dal verbo latino complector, che significa abbracciare, cingere, mentre armonia deriva dal verbo greco harmòzein, che significa congiungere, creare legami.
In sostanza, cogliere la complessità vuol dire abbracciare il mondo, essere coscienti che di fronte alla molteplicità e alla diversità l’unico approccio è accettarla e valorizzarla, senza vane pretese di incasellamenti e categorizzazioni. Farlo in armonia significa generare legami, e in questo senso la lezione della nostra rete di Terra Madre è il più vivido esempio di come l’armonia nasce dai legami, anche quelli più inattesi e informali. Questa deve essere la nostra strada e questo il nostro approccio al futuro. Per questo vorrei ringraziare ancora una volta chi è stato al nostro fianco finora, portando la propria esperienza e le proprie suggestioni, aiutandoci a crescere nell’austera anarchia che da sempre ci caratterizza. La strada da fare è ancora molta, e la linea dell’orizzonte continuerà a spostarsi più in là con l’avanzare del cammino. Buona strada a tutti noi.