Voler bene alla terra

Dialoghi sul futuro del pianeta

illustrazioni di UNDESIGN

Slow Food Editore e Giunti in occasione del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre 2014 danno alle stampe un nuovo libro di Carlo Petrini, particolarmente significativo mentre si celebra il decennale di Terra Madre. Voler bene alla Terra, dialoghi sul futuro del pianeta (Slow Food Editore-Giunti, 2014) riprende ventisette dialoghi di Petrini con altrettante personalità che in qualche modo hanno ispirato i nostri princìpi e valori negli ultimi dieci anni. La carrellata è notevole: tre premi Nobel, icone del mondo artistico – musicale e letterario  o del mondo contadino, cuochi che hanno cambiato il corso della gastronomia mondiale, intellettuali o uomini di spirito che hanno illuminato non soltanto le strade dell’anima. I primi dialoghi furono pubblicati sulle pagine de La Stampa tra il 2004 e il 2005 e accompagnarono la genesi e la prima edizione di Terra Madre. Gli ultimi sono apparsi su La Repubblica quest’anno: riprendono le fila di un discorso complesso e interdisciplinare – grandi temi relativi ad alimentazione, ecologia, pensiero postmoderno, sostenibilità, crisi di valori – che è pienamente condiviso con le comunità del cibo di Slow Food e di Terra Madre. In mezzo, alcuni dialoghi apparsi sempre sul quotidiano romano in questi ultimi anni, come quelli con Dario Fo, Carlo d’Inghilterra ed Ermanno Olmi. Ne emerge un collage di idee che sono in grado non soltanto di ispirarci, com’è avvenuto in questi anni e come sarà ancora per il futuro, ma una sorta di manifesto per la Terra, anche in vista di Expo 2015, un mega-evento che rischia di rimanere senz’anima di fronte al tema universale e molto delicato  – “Nutrire il pianeta, energia per la vita” – che si è voluto dare. Anche in prospettiva Expo, il libro sarà presentato al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre sabato 25 ottobre alle ore 18 in Sala Gialla con una conversazione tra Carlo Petrini, Ermanno Olmi e don Luigi Ciotti. Di seguito, brevi estratti da alcuni dialoghi – dei piccoli flash – che dimostrano quanto del nostro pensiero sia stato “contaminato” con il fare e il cogitare di questi grandi uomini e donne.

ENZO BIANCHI
teologo, scrittore e gastronomo italiano, è priore della comunità monastica di Bose. Carlo Petrini – Hai usato la parola “sapienzialità”. Credo che proprio questo fosse il collante in quella società (società contadine di alcuni decenni fa, ndr). Penso che sia necessario restituirle la sua centralità. Farne nuovamente il collante di una società complessa, in cui non è il caso, per esempio, di riproporre tali e quali le preghiere e le rogazioni antigrandine, ma in cui la scienza può convivere con il mito. Perché senza mito siamo più poveri, non siamo in grado di cogliere la complessità della nostra umana vicenda. Enzo Bianchi – La sapienzialità nasce dall’acquisizione di una percezione della storia e del tragitto che ogni cosa fa, per essere cibo, per esempio. Se apro una scatoletta di tonno e non la consumo con sapienzialità, vuol dire che non mi rendo conto che quel pesce è stato pescato, tagliato, cotto, messo in un olio di oliva fatto con i frutti di un albero, e così via. Se non uso la sapienzialità, tanto vale che consumi una pasticca, il semplice prodotto finale di una tecnica a me sconosciuta.

EDGAR MORIN
filosofo e sociologo francese, autore di numerosi libri, noto per essersi occupato della “riforma del pensiero”, del “pensiero della complessità” e della “politica della civiltà”. CP – Io credo che mettere insieme tutte queste diversità, che di solito non possono comunicare tra di loro (le comunità del cibo, ndr), cercando di dimostrare come in realtà lavorino tutte nella stessa direzione e rappresentino un importante patrimonio di umanità e cultura sia una grande scommessa. Dietro ai loro prodotti ci sono miti, culture, economie, strutture sociali molto differenti tra loro: a prima vista potrebbe sembrare un semplice raduno multiforme e senza senso. Ma, ad esempio, lo stesso prodotto coltivato in luoghi diversi, in contesti culturali diversi, può porre le stesse problematiche, gli stessi moti di protesta contro le invasioni dell’agro-industria massificata e transnazionale, le stesse difficoltà in relazione a un ambiente sempre più in pericolo. Favorire il loro incontro può farli sentire uniti nelle loro differenze, consapevoli della loro comunanza di destino e, magari, infervorarli verso traguardi globali, che vanno oltre il loro campo. EM – Le diversità individuali, sociali, culturali non sono che modulazioni del genere umano, il quale è un’entità singola. Per questo possiamo dire che il genere umano è un’unità multipla, mentre viviamo il paradosso per cui ciò che ci unisce è anche ciò che ci separa. Ad esempio, la capacità di linguaggio ci accomuna tutti, ma parliamo lingue differenti. A partire dalla preistoria, da quando l’uomo ha iniziato a sparpagliarsi per il mondo, la diversità degli uomini si è rivelata una forza creatrice preziosa, che oggi tende a scomparire con il pensiero riduzionista. L’uomo sparisce a vantaggio dei geni per il biologo, delle strutture per lo strutturalista, di una macchina determinista per il cattivo sociologo. È quindi sempre più difficile avere la consapevolezza di far parte di un’unità molteplice: un’unità che garantisca e coltivi la diversità da un lato e una diversità che si possa iscrivere in un’unità dall’altro. […] Ma le due mondializzazioni antagoniste sono per ora inseparabili: l’una alimenta l’altra e viceversa. Per esempio, le idee antiglobalizzazione si sono sviluppate contro le dominazioni transnazionali, le nuove idee universaliste sono cresciute sulla scia degli sviluppi economici e delle tecniche di comunicazione… lo stesso Slow Food, forse non sarebbe mai stato concepito senza che nascesse il fast food. In realtà, se di era planetaria vogliamo parlare, siamo ancora alla sua età del ferro: c’è ancora molta strada da fare per trovare prima un equilibrio e infine un’emancipazione.

WENDELL BERRY 
docente universitario, scrittore e agricoltore americano. CP – Ogni realtà locale esige un approccio diverso e specifico, non c’è una formula uguale per tutti. Bisogna lavorare con la propria diversità, che è sempre la vera forza di un territorio. È fondamentale quindi ricostruire il ruolo e le forme delle comunità rurali. L’omologazione lascia dietro di sé il deserto. WB – Le comunità locali oggi sono diventate più consapevoli di quello che sta succedendo nel mondo e questo è bene. Ma non è bene che ciò che conoscono del mondo a un certo livello le distragga o le distrugga. Mentre, ovviamente, sarebbe poco saggio dire che le comunità dovrebbero sapere meno di quello che accade sul pianeta. È già un disastro che conoscano sempre meno se stesse e i loro luoghi. Sono convinto che una delle risposte è quella di stimolare nei consumatori urbani e nei contadini stessi la domanda di cibo prodotto localmente. È forse l’unico modo perché le comunità ricomincino a capire chi sono e dove vivono.

FERRAN ADRIA
cuoco catalano, particolarmente noto per essere stato lo chef del ristorante elBulli. CP – Mi dai la tua definizione di gastronomia? FA – Godere, piacere, lavoro. Mi hanno chiesto spesso che nome voglio dare al movimento che si è sviluppato sul mio stile di cucina. Posso rispondere così: «la cucina felice». È molto semplice, la gastronomia è felicità, perché ognuno ha la sua gastronomia, è molto personale, essa è la rappresentazione della diversità. Quando compri un vestito lo compri perché ti piace, nient’altro. Lo stesso vale per la cucina. Penso che siano un po’ esagerate le troppe elucubrazioni su backstage, tecnica, eccetera. La cosa più importante è un’altra, la felicità che si procura agli altri e che ci si procura. Ad esempio mi dicono, o mi accusano, che la mia cucina sia la più tecnica in assoluto, che ci sia troppa tecnica alle spalle. Ma come fa a essere troppo tecnica: è la più artigianale del mondo! Ho venticinque persone in cucina che fanno tutto a mano! La tecnica la fa una macchina. La cucina è sentimento, per lo meno quella alta. E quella tradizionale.

ERMANNO OLMI 
regista, sceneggiatore, produttore e scenografo italiano vanta una carriera sterminata e ricca di successi. CP – Il mondo rurale vive una condizione di osservatore privilegiato rispetto a quello che è l’incessante mutare della natura, convieni con me? EO – Mi viene in mente un passo delle Georgiche di Virgilio, in cui il poeta romano parla di un vecchio contadino che ha un minuscolo pezzetto di terra, una cosa misera, quasi incoltivabile, dove a malapena riesce a far crescere qualcosa per avere un piccolo orto. Eppure, dice Virgilio, nemmeno i re potevano godere dei frutti della terra come faceva lui. Era il primo, ogni primavera, a godere del profumo di una rosa.

PIERRE RABHI
contadino, filosofo e scrittore francese d’origine algerina. PR – . resto dell’idea che l’amore sia la forza più grande, in grado di cambiare il mondo, ma non credo più alle forme, non ho appartenenze formali. Ora credo in quello che faccio, il contadino. Posso spiegarvi come fare affinché la terra riesca a creare energia per la vita ma non il perché ci riesce. Non è una metafora, è la realtà. Coltivo una parte molto razionale ma c’è un momento in cui la razionalità non può più darci delle risposte. Per questo sono molto affascinato dal mistero della vita, ma se mi chiedono quale sia l’unica cosa cui non potrei mai rinunciare, rispondo che è il mio orto, il mio giardino. CP – La razionalità ha un limite, l’orto è un universo illimitato. PR – L’urbanizzazione ha creato un universo limitato e tutti si sono dovuti adattare, ma in quell’universo non c’è più il fondamento della vita. Abbiamo creato un mondo parallelo senza natura e ora la gente non la comprende più.

DON LUIGI CIOTTI
presbitero, è molto attivo nel sociale prima con il Gruppo Abele in aiuto ai tossicodipendenti e contro le dipendenze in generale, poi con Libera, associazione che si batte contro i soprusi delle mafie. CP – Le nostre associazioni hanno da sempre utilizzato l’educazione e la conoscenza come strumenti per promuovere un cambiamento nella società e nelle persone. A distanza di cinquant’anni dall’inizio della tua avventura (il gruppo Abele ha origine nel 1965) ti senti di poter dire che la sensibilità è cambiata dal punto di vista dell’approccio alla legalità? LC – Ancora una volta preferisco parlare di responsabilità, tanto più se penso all’uso strumentale che si fa della parola legalità. La legalità non è un valore in sé, altrimenti dovremmo riconoscere anche il valore di leggi che hanno discriminato ed escluso (partendo da quelle razziali a molte misure recenti sull’immigrazione l’elenco sarebbe lungo). La legalità è il ponte fra la responsabilità individuale e la giustizia sociale. Se una legge non tutela l’uguaglianza e la dignità di tutti, è una legge al servizio della forza, non del diritto. Altro discorso è quello della responsabilità, che non si riferisce tanto alla legge ma ai suoi presupposti, che sono la coerenza, l’onestà, il rispetto, la solidarietà. La responsabilità è la legge scritta nelle coscienze. Siamo diventati cittadini più responsabili? È difficile rispondere positivamente. [.] Per uscire dalla palude dobbiamo riconoscere le nostre responsabilità e impegnarci di più, invece di delegare e puntare il dito. In questo possiamo contare su una guida etica che, a distanza di sessantasei anni, non ha perso nulla della sua freschezza, della sua incisività. Nella Costituzione c’è tutto quello che dovremmo fare per costruire una società del benessere e dell’accoglienza. Si tratta non di modificarla ma di applicarla, trasformando quelle parole in vita.